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domenica 17 dicembre 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

FUTURO Il carteggio Celati, Fimini

di Marco Celati - venerdì 01 dicembre 2017 ore 08:58

Carissimo Ubaldo,

torno ancora alla nostra conversazione a distanza. Sono parole, lettere, voci, corrispondenze che, attraverso la lontananza, giungono a noi e, a volte, mi sembra che le cose si riescano a dire meglio da un altrove di tempo e di spazio che più da vicino. Intanto mi devo scusare con te. È vero, non mi avevi scritto nell’ultima tua che il passato vale più del presente e del futuro messi insieme, come ho mal riportato nella mia risposta e te mi hai fatto notare. Avevi scritto che “riserva più sorprese il passato, del presente e del futuro messi insieme”. Che non è la stessa cosa.Abbi pazienza, amico mio, si vede che se te, come mi dicevi, hai perso un po’ di udito, io ho perso un po’ di vista e forse, quel che è peggio, anche un po’ di comprendonio. A proposito, come ti trovi in salute? Tutto bene? Spero di sì. Il tempo ci invecchia, ma, in fondo, non è la peggio.

In effetti dire “riserva più sorprese” non esprime un giudizio di valore. Però questo te l’avevo scritto anch’io: che non lo rimpiangi, né lo esalti il passato che metti nelle tue storie. Più o meno. Non vorrei citarmi male anche da me che, oltretutto, autocitarsi è da citrulli rincoglioniti. È che la memoria invecchia anche lei e, invece di ricordare di più, ricorda sempre meno.

Comunque, permettimi, ti devo confessare che l’errore per quanto mi riguarda è freudiano per conto terzi. Insomma, sincerità per sincerità, si capisce quanto ti piaccia il passato: lo consulti, lo studi, lo interroghi, lo frequenti con la macchina del tempo delle biblioteche. E lo so che sbaglio, ma mi viene da pensare che, in fondo, ti piaccia più del presente e del futuro. O forse è un mio timore che mi porta a ragionare così e non è riferito a te, ma si tratta di una sensazione generale, un’ubbia. Un sentimento che mi fa radicalizzare il giudizio. Quel poco avuto e che resta.

Insomma penso davvero che questo mondo non si renda conto del proprio passato, sovrabbondi di presente e, sopratutto, sia a corto di futuro. So che non è il tuo caso, te l’ho già scritto, ma ora vengo e mi spiego meglio. Se sono capace.

Il novecento è passato e noi ce lo portiamo dietro. È stato un secolo di grandi conquiste e scoperte, di progresso, di speranze e di idee, ma anche di guerre terribili e di feroci ideologie. Io e te siamo stati comunisti, comunisti italiani. Abbiamo lottato per rendere migliore e più giusto il nostro paese, sono ancora convinto dalla parte giusta. Cosa abbiamo mai da rimproverarci? Niente, in Italia. Non così potremmo dire se fossimo vissuti in altri paesi, anche a noi vicini, che il comunismo l’hanno sperimentato. Oggi tornano i fascisti, i nazisti, si diffonde la paura dei barbari invasori, si erigono nuovi muri. Torneremo anche noi ex comunisti? Come pensiamo di vivere il nuovo secolo? Da combattenti e reduci? Leggendolo con gli occhiali da vista del tempo? A proposito io sono sempre più miope, astigmatico e ora anche presbite, figuriamoci!

Con il passato abbiamo uno strano rapporto: non ci impariamo un bel niente, perché non lo scegliamo, non ci facciamo i conti, così tutto torna, irrisolto, come prima. Oppure lo conserviamo, il passato, e lo trasciniamo con noi, come un bene rifugio. Fuso con un presente che dilatiamo a scapito del futuro. È vero che passato e presente concorrono a formare il futuro, come dicono gli studiosi e come tu mi ricordi. Ma io sento che non è vero. Non mi pare sia così. Dammi pure un votaccio, professore, ma non posso farci niente, è più forte di me.

Per non parlare delle cesure generazionali: figli, figlie e giovani non ci danno retta, nemmeno ci stanno a sentire e noi non li capiamo. È tutta politica, dicono, chini sul cellulare. E, se ti guardano, sembra che pensino: il novecento è passato e ce lo siamo perso; e vabbè, saliremo sul prossimo. Ma per andare dove, cazzo, e con chi?! Per andare, che palle! Il presente ci dà poco e il futuro meno: è colpa vostra. E può darsi sia anche vero. Pure loro però...

Già, il futuro. Il futuro è una terra straniera. Non il passato, bisognerebbe dirlo a Carofiglio. Ma lo sa anche lui. Il Nobel per la letteratura, Kazuo Ishiguro, inglese, nato a Nagasaki, e la cosa non deve essere ininfluente, ha scritto un libro qualche anno fa: “Non lasciarmi”. Delicato e terribile. È una storia d’amore e finzione scientifica, ambientata in un futuro presente in cui il progresso ha preso un brutto raggio di curvatura. È un racconto “ucronico”. Come se la storia fosse evoluta in un tempo diverso o in nessun tempo. E nella fantascienza, al cinema, vanno per la maggiore i film che descrivono un futuro orribile con alieni invasori e cattivi oppure ambientati in una società “distopica”. La prima volta che, leggendo, inciampai nel termine, pensai ad un errore di ortografia. Avranno voluto scrivere dispotica, hanno anagrammato, a volte gli anagrammi riservano sorprese. Del resto quasi sempre si tratta di società con a capo un cazzone di despota. Invece no, distopica, te lo avresti saputo, è giusto. Distopia è il contrario di utopia. Tra l’altro in letteratura Orwell o Huxley già al tempo avevano descritto nei loro romanzi società distopiche. Ma perché oggi questo filone di pensiero assume un fascino particolare? Io penso perché siamo una società in crisi o così ci sentiamo. Che poi per noi è crisi, invece per chi cresce nei paesi in via di sviluppo, anche male, ma cresce, o per chi traversa terre e mari, a costo di morire, per vivere lontano da guerre o carestie, non è crisi. È crescita, speranza, voglia di giustizia e di libertà. Di progresso, insomma. Di futuro. Ma noi ne abbiamo paura, come di alieni. Il mondo non ci piace. Poveri o ricchi che siamo e poveri è anche peggio, preferiremmo che rimanesse così com’è, il mondo: ingiusto, ma a nostro vantaggio. Perché il futuro stesso ci spaventa. Pensiamo che progresso scientifico e tecnologico vadano in direzione opposta a quello sociale. Così ci spetta il medio evo prossimo venturo. Non ci fidiamo più nemmeno dei vaccini contro il morbillo e crediamo a tutte le panzane catastrofiste e complottiste che peschiamo nel fondo della rete. Oppure teorizziamo la decrescita felice, quando piuttosto dovremmo parlare di crescita sostenibile per tutta la Terra. Insomma, come si dice, il futuro non è più quello di una volta, amico mio. E comunque non dovremmo lasciarlo agli sceicchi degli Emirati Arabi, alle megalopoli futuribili e retrograde dello sfarzo e del petrolio, Come è semplice e bella quella frase che Monteiro Rossi, giovane letterato e antifascista, dice al vecchio dottor Pereira, giornalista nel Portogallo del dittatore Salazar: “la smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro”. Sostiene Tabucchi. Indimenticabile. Forse è di questo che abbiamo davvero bisogno. Non di eterni presenti, né di passatismi o modernismi, di tramonti che possono sembrare albe. Ma di crederci di nuovo. Che le cose cambino e non per restare immutate. Per migliorare. So che non dovrei dirlo a te che già ci credi, ma a volte non si sa più con chi parlare di questo, se non fra noi.

Su Amazon in questi giorni ho letto una recensione a tutte stelle relativa ad un acquisto. Uno che aveva problemi di ripetute veglie notturne a scopo di minzione. Doveva alzarsi, tra l’altro accudire l’amato gatto di casa che immancabilmente veniva a rompere i coglioni e andare alla toilette. Ha risolto la cosa acquistando in rete “Portobello”. Così l’ha chiamato. È un pappagallo. Non canta, tantomeno parla, come quello di Enzo Tortora del resto, ma fa bene il suo dovere. È un pappagallo di quelli ospedalieri. Un urinale, insomma, una storta. Così lui non deve più uscire di camera per andare al bagno. E poi dice che la scienza e il futuro non sono al servizio dell’uomo! Naturalmente ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

Via, Ubaldo, ti ho annoiato fin troppo con queste mie ansie scontate e irrisolte che ti proietto addosso ingiustamente. Sono lagne ripetitive, malumori ricorrenti. Malinconie. Confido però che anche a questo servano gli amici. A prenderci come siamo, con i ticchi, i vizi e gli orrori di cui siamo pieni. Non è vero? E poi basta lettere, verso Natale, quando siamo tutti più buoni, semmai ne parliamo a cena con l’olio nuovo, come da invito. E il brodo di cappone. Con la pasta “Combattenti”! Esiste ancora?

Un caro saluto a te e ai tuoi.

Marco

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Caro Marco,

tanto per incomincia’, voglio parti’ di fondo: la pasta Combattenti ‘un esiste più! Ha smesso di combatte e si chiama Newlat, che fa parecchio più trende, e per questo più vende. Il guaio maggiore però è che anche il brodo di cappone è diventato rara avis, definizione peraltro semanticamente perfetta. I capponi non li fanno più, per diversi ordini di motivi, il primo dei quali è che per poterli togliere, i fagioli devono prima crescere, e con i polli, che in tre mesi son già da arrosto morto (altra definizione quanto mai azzeccata), cosa vuoi che cresca. Per le giovani generazioni, di umani non di polli, occorre precisare che quelli che si chiamavano fagioli o granelli, perché era più fine, erano i testicoli del malcapitato pennuto, escissi senza anestesia, in una sorta di rustica laparoscopia manuale, senza incisioni. Insomma, oggi, anche i polli muoiono prima, ma con la dotazione completa, ancorché atrofizzata e generalmente inutile.

Nel mio risalire ab ovo (arieccoci) nella tua missiva incontro un pappagallo, che non ha nulla a che fare col cappone, ma che potrebbe rientrare, per la sua funzione, in un eventuale campo semantico intitolato: dotazioni maschili e affini. Rimanendo nello stesso campo semantico e pensando al futuro, mi vien voglia di tornare di nuovo al passato, ovvero a quando: fu duro. Ogni riferimento al bossismo delle origini è puramente casuale. Continuando nel rimpiattino del rimpianto, tratterei alla stessa stregua anche la realtà distopica, meno preoccupante di quella distofica, verso la quale siamo ormai decisamente avviati, per non dire immersi.

Enzo Catarsi, una volta che bischereggiavo più del solito, promise che mi avrebbe riservato, sulla nota rivista, una rubrica da firmare come Bergonzoni della Valdera, caro Enzo.

E sì, amico mio, mi poni quesiti impegnativi e io ho sempre meno voglia di domande serie e più voglia di leggerezza, ancor più lieve di quella di Calvino. Vorrei solo acquisir divertenza, con giocattoli nuovi, a stemperar l’insofferenza.

Ecco, ti offro un’altra mia angolatura visuale del passato: è un bel giocattolo che, almeno per ora, mi diverte. Ma tutti i giocattoli han lo stesso destino, se li usi, prima o poi o si rompono o ti annoiano. Per edurmi sul tema, andrò a vedere la mostra del giocattolo al PALP, che fra parentesi mi garberebbe sape’ chi ha scelto quel nome, di questi tempi poi con tutte confessioni ad post (in sensu stricto e sensu lato, quello B per l’esattezza).

Chissà se saranno in mostra anche le strombole o tirasassi, con le gomme rosse delle camere d’aria di bicicletta e la forcella di legno, le ciarelle di marmo con le quali si giocava al sussi, o a chicchino, il fucile a elastici che sparava pungitopi. Erano giocattoli self made, come d’altronde erano self made anche altre attività ricreative.

Mi chiedi del futuro, non so che rispondere, anzi mi vien da risponderti che non mi piace il futuro semplice e nemmeno quello anteriore, mi piace il futuro posteriore, il futuro decantato, quello che non ha furia, che si ferma un attimo a prendere fiato. Non leggo mai la prima edizione dei libri, in parte perché son nato bastian contrario, e in parte perché mi dà fastidio il clamore mediatico, mi sembrerebbe di essere disturbato nella lettura. Leggo il libro quando nessuno ne parla più, quando c’è silenzio, e mi sembra di apprezzarlo meglio.

E poi, caro Marco, l’anima mia è ripartita fra le belle lettere alle quali son giunto e la tecnica dalla quale son partito. Delle prime apprezzo la potenza evocativa, della seconda la capacità valutativa dei cambiamenti, ovvero di quante possibilità abbiamo che il futuro diventi presente. La tecnica, che ha dato origine al pensiero ed al linguaggio, sottopone l’invenzione all’uso: se funziona permane, se non permane vuol dire che non funziona. Se il futuro permane diventa presente ed è un buon futuro, se non si trasforma in presente è una segata (scusa il francesismo). E la verifica, caro Celati, la si può fare solo quando il futuro non c’è più.

E per guardar con l’occhio amanuense, forse l’unico futuro credibile è quello dentro la narrazione, dove chi scrive è non solo onnisciente, ma anche onnipotente, perché indirizza il destino dei suoi personaggi, nonostante taluni, talvolta, facciano un po’ come pare a loro. Però è un futuro solo del lettore che si accinge ad entrare in una storia, creandosi aspettative, immaginando sviluppi e quindi pensando in termini di futuro, sapendo però che al massimo potrà indovinarlo, perché quel futuro lì è già scritto qualche pagina più avanti, determinato e inamovibile. Si resiste alla tentazione di sapere subito come andrà a finire, perché, se il libro è scritto bene, ci pare di essere nella vita invece che nella carta. L’unica espressione perfetta del futuro sta nella frase: “Si presta domani”, un artificio linguistico per celebrare il sempiterno domani. Il mio babbo lo perfezionò per rispondere alle mie richieste di futili acquisti: “Sicuro, te lo compro domai!”

Ma t’è piaciuto l’olio novo?

Fammi sapere, almeno prima del Ceppo,

tuo Ubaldo

Pontedera, Dicembre 2017

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È il terzo scambio epistolare del carteggio con il professor Ubaldo Fimini, scrittore, uomo di cultura di lettere, nonché di coltura di ulivi. Amico soprattutto. La “nota rivista” a cui allude è “Fare Form@zione”, la promosse Enzo Catarsi alla cui memoria va un commosso pensiero. La riflessione tra passato e futuro per corrispondenza sarebbe senza fine, ma qui viene momentaneamente sospesa. Vivere e scrivere, non sempre ci si fa. C’è alle viste il Ceppo e c’incombe il presente che l’olio novo, bono, insaporisce e aiuta a digerire.

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati

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