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Attualità venerdì 26 gennaio 2024 ore 09:05

Psichiatria in carcere, se le Rems non bastano

detenuto

Metà patologie individuate fra i detenuti toscani sono psichiatriche. Si allungano le liste d'attesa per le strutture dedicate. Studio sul fenomeno



TOSCANA — Le patologie psichiatriche rappresentano la metà circa di quelle diagnosticate fra i detenuti nelle carceri toscane, e nelle due residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) della Toscana a Volterra ed Empoli le liste d'attesa si allungano progressivamente: è uno dei dati emersi dalla ricerca ‘Psichiatria, carcere, misure di sicurezza’, realizzata in convenzione tra il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale presso il Consiglio Regionale della Toscana, il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università degli Studi di Firenze ed il Centro di ricerca Interuniversitario su carcere, devianza, marginalità e governo delle migrazioni ‘L’altro diritto’.

Il lavoro è stato presentato a Firenze dallo stesso garante, Giuseppe Fanfani, nel corso di un convegno su ‘Diritto alla salute mentale e misure penali’, che si è svolto a palazzo del Pegaso, sede del Consiglio regionale.

Giulia Melani, del dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università di Firenze, e Katia Poneti, dell’ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Toscana, hanno curato la presentazione della ricerca. 

Tre gli ambiti oggetto dell’indagine: il carcere e il trattamento dei detenuti con patologia mentale; le misure di sicurezza per prosciolti di mente (Rems per le misure detentive e libertà vigilata per le misure non detentive); le strutture psichiatriche territoriali, per pazienti con patologia psichiatrica, siano essi autori di reato o no.

Nelle strutture penitenziarie, le patologie psichiatriche “raggiungono la metà delle patologie diagnosticate, il consumo di psicofarmaci è intenso e i suicidi e gli atti di autolesionismo sono in crescita”. Nel carcere di Sollicciano, “funziona l’articolazione per la tutela della salute mentale (Atsm) con 9 posti, a cui vengono inviati detenuti da tutta la regione: si tratta in sostanza di una sezione psichiatrica interna al carcere”. 

Le misure alternative per pazienti psichiatrici, che sarebbero la soluzione indicata dalla Corte costituzionale, “di fatto non vengono utilizzate”. L’elevato grado di sofferenza rilevato “deve mettere in discussione le modalità di vita presenti in carcere e cercare di offrire alternative, sia di reinserimento sociale, sia strettamente terapeutiche; tra cui: individuare modalità di applicazione delle misure alternative alla detenzione per persone detenute con malattia psichiatrica".

Posti e bisogno: le liste d'attesa

Le due Rems, a Volterra ed Empoli, “hanno visto aumentare la lista d’attesa, che al 31 dicembre 2022 contava 70 persone, mentre erano 46 al 31 Dicembre 2021 e 33 al 31 Dicembre 2020”. I posti in Rems sono attualmente 39, e ne saranno realizzati altri 9 nella struttura di Empoli; la Rems definitiva di Volterra, prevede 40 posti (30 quelli attuali). 

Intorno alle due Rems “ruota il sistema delle strutture psichiatriche territoriali, che accolgono persone in libertà vigilata con prescrizioni terapeutiche. Sono stati analizzati, in forma anonima, il piano terapeutico riabilitativo individuale dei pazienti presenti nella Rems di Volterra: ne è emerso il profondo lavoro di cura operato dallo staff della Rems e il monitoraggio costante delle condizioni e dei progressi”. 

È però evidente la difficoltà in uscita, “per problematiche che sono più spesso di natura sociale più che sanitaria (documenti, residenza, alloggio)”. Per quanto riguarda le libertà vigilate, “le libertà vigilate terapeutiche erano pari a 161 misure definitive. Le libertà vigilate terapeutiche costituiscono la gran parte delle libertà vigilate (il 76%). La maggioranza delle misure (64 per cento) è svolta in struttura, la restante (36%) al domicilio”.

Le strutture psichiatriche territoriali che hanno costituito la base dati sono in totale 142 (61 nell’Asl Centro, 46 nell’Asl Nord-Ovest, 35 nell’Asl Sud-Est), comprendendo anche le Rsd, le strutture per minori e quelle a doppia-diagnosi. 

Gli esiti della ricerca

La ricerca individua la necessità di “diffusione di un modello del Piano terapeutico riabilitativo individuale, che contenga anche gli aspetti sociali, come casa e lavoro, da trasmettere a tutti gli operatori coinvolti nel caso, come strumento di comunicazione e di valutazione del percorso terapeutico della persona sottoposta a misura di sicurezza”. 

Suggerisce di “dare seguito alla normativa in materia di residenza delle persone recluse, in modo che tutte quelle senza fissa dimora possano avere residenza nel Comune sede del carcere o della Rems in cui si trovano”. 

"L’istituzione e l’attivazione del Punto unico regionale (Pur) potrà fare la differenza rispetto al presente”. 

Si indica come necessario “applicare le misure alternative alla detenzione per persone detenute con malattia psichiatrica, come prevede una sentenza della Corte costituzionale del 2019”. 

Con l’obiettivo di rendere tutte le strutture accessibili “come luoghi di destinazione delle misure di sicurezza e delle misure alternative, si indica di rendere pubblici i dati quantitativi (riferimenti della struttura, posti letto, posti occupati). Questi dovrebbero essere liberamente accessibili in rete, con aggiornamento possibilmente mensile”.

Gli interventi al convegno

“C’è una relazione stretta tra la premessa sociale e le conseguenze della malattia – spiega Fanfani –: vi è una strettissima correlazione tra le condizioni sociali dalle quali si parte e le conseguenze psichiatriche. I peccati del sistema carcerario nazionale sono infiniti, quelli della Toscana, sarebbe sciocco negarlo, sono molto simili. C’è un sovraffollamento limitato, ma non è questa la pecca maggiore, che è invece la generale mancanza di reinserimento sociale. È inutile avere un sistema detentivo nel quale le persone escono peggiori di come vi erano entrate e la finalità costituzionale della rieducazione è malamente interpretata e ancor peggio effettuata”.

“Vogliamo essere dalla parte di chi soffre, cercare di dare risposte”, dice il presidente del Consiglio regionale, Antonio Mazzeo, che ha portato i saluti istituzionali. “Dico sempre che lo stato con cui si misura la qualità di un paese è in funzione del livello delle proprie carceri. Questo vale ancora di più per le persone che soffrono di malattie mentali". 

Al convegno hanno preso parte l’assessore al diritto alla salute e alla sanità, Simone Bezzini, e l’assessora alle politiche sociali Serena Spinelli. “La tutela della salute mentale nelle persone soggette a misure restrittive della libertà è un tema delicatissimo – dice Bezzini –, che richiede massima attenzione e grandissimo impegno. Siamo in un momento difficile: passare dalle parole ai fatti significa investire sulle strutture e sul personale". 

La Toscana, osserva l’assessore alla sanità, “non è ferma, i professionisti delle aziende sanitarie svolgono il loro lavoro ogni giorno con grandissima dedizione e professionalità; ci sono anche programmi di investimenti, alcuni andranno a regime a breve, mi riferisco all’ampliamento dei posti nella Rems di Empoli. Per le nuove strutture della Rems di Volterra, potremo entrare nella fase progettuale in primavera e a medio termine arrivare all’apertura dei cantieri. Il Pur insediato nei giorni scorsi è un nuovo strumento".

"La detenzione di per sé è una condizione che altera l’equilibrio psicologico - ha evidenziato Spinelli - ma sappiamo anche che molti di coloro che finiscono in carcere vengono spesso da vissuti anche molto complessi. La salute psicologica e psichiatrica in carcere è un elemento che vede alterata la qualità della vita delle persone detenute. Il diritto alla salute non deve essere negato a chi entra in carcere. Si tratta di una questione che interroga anche le politiche sociali".

Nel corso del convegno si sono susseguiti gli interventi di Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze; Luigi Moschiera, dirigente penitenziario Uiepe Firenze; Stefano Anastasia, Garante dei diritti dei detenuti della Regione Lazio. Giuseppe Fanfani ha tenuto con Emilio Santoro, professore del dipartimento Scienze giuridiche Unifi e direttore Centro Adir, le conclusioni di una tavola rotonda che ha visto a confronto Franco Corleone, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Udine, già Garante dei detenuti della Toscana dal 2013 al 2020; Pierpaolo D’Andria, provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria; rappresentanti del dipartimento della Salute mentale delle tre Asl toscane; Samuele Ciambriello, presidente della Conferenza nazionale dei Garanti.


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