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giovedì 16 agosto 2018

Cultura domenica 11 dicembre 2016 ore 06:00

La guerra dal basso

Anna Massini e Eugenia Jenny Arnetoli

C'è la guerra di strategia politica e quella vissuta dal popolo. L'altra faccia della storia che vive attraverso i racconti dei genitori ai figli



RIGNANO SULL'ARNO — In questi tempi di disagio, solitudine e contrapposizione sociale, pubblichiamo volentieri La Guerra dal Basso, testo scritto da Anna Massini in base ai ricordi e ai racconti sulla seconda guerra mondiale della madre Eugenia Arnetoli, da tutti conosciuta come Jenny. Il testo ha vinto il premio speciale della giuria del concorso letterario Caffè fra le nuvole di Mara Chiarini Ravenni.

LA GUERRA DAL BASSO di Anna Massini
dai racconti originali di Eugenia Arnetoli - Jenny

PREMESSA

La guerra dal basso, per me, ha un alto valore simbolico di racconti di tempi di guerra vissuta dalla parte del popolo anziché, come si legge sui libri di storia, di strategia politica. La guerra dal basso si inserisce in un altra serie di storie raccolte dal gruppo Se sei di Rignano sulla seconda guerra mondiale nel territorio Rignanese, come quella di Quinto Stracchini, un partigiano morto in età giovanissima, di altri partigiani rignanesi morti in Secchieta come Franco Palai ricordato dai propri familiari, nonché gli inglesi morti per la libertà sul San Donato fino ad arrivare alla più famosa strage degli Einstein avvenuta al Focardo.
Una trasmissione della memoria affinché questa brutta storia non si debba ripetere.

In quinta elementare, studiando le guerre mondiali, la maestra ci disse che più della storia sui libri, dovevamo raccogliere testimonianze di guerra dai nostri nonni e genitori che l'avevano vissuta.

Chiesi a mio nonno, che non seppe dire molto di più oltre che erano cose orribili. Fargugliò qualcosa su Mussolini i suoi occhi si riempirono di lacrime e vedendolo soffrire così mi chetai.

Lui aveva perso il babbo nella prima guerra mondiale e il fratello nella seconda e il dolore era ancora troppo forte per riuscire a raccontare.

A distanza di più di 40 anni da quell'episodio una sera, nel luglio 2015, mentre eravamo al fresco e al solito si lamentava dei suoi dolori, mia mamma ha iniziato a parlare di alcuni episodi del tempo di guerra. A suo modo è partita dal fatto che aveva un gran dolore a una gamba che secondo lei si è ammalata “nell'acqua ghiaccia del fosso di Ricciofani....”

Ed ecco i racconti di guerra Rignanese, un po' frammentari come un pò tutti i ricordi, fra il dimenticare le cose brutte e ricordar le cose belle!

Il dolore della guerra!

C'era il bombardamento e il Rosoni mi prese in collo e via a corsa, una bomba la cascò proprio lì, di dove si era scappati. Ero una bambina e non mi resi conto subito che devo a lui la mia vita! Dopo una corsa disperata, a un certo punto ci si era fermati e io gli dissi che volevo scendere e lui mi disse che si era nel mezzo del fosso di Riciofani. Così mi scese e mi infilò nell'acqua! Ma l'era ghiaccia, ma così ghiaccia che questa gamba la mi dole ancora!

L'arrivo dei tedeschi

Un giorno arrivarono le truppe tedesche, ci occuparono la parte a piano terreno, e lasciarono a noi la parte al piano di sopra.
Fecero lì, il comando.
L'ordine era di non avvicinarsi, ma ero una bambina e ogni tanto curiosavo indisturbata.
Avevano tutte le attrezzature, anche il telegrafo. Coordinavano da lì le operazioni. E quando dovevano fare qualche missione ricordo che davano gli ordini ai cingolati dove dirigersi. I soldati avevano vari compiti, c'era quello di sorveglianza, e poi anche uno addetto ad andare a rubare i polli ai contadini.
Loro li davano alle donne di casa che li dovevano cucinare per loro, però mangiavano solo il busto e lasciavano a noi le rigaglie.

Il bombardamento

Avevamo la casa piena di sfollati. Era piena persino la capanna. Un giorno, in tarda mattinata, eravamo tutti nella vigna e abbiamo sentito i bombardamenti sul paese di Rignano. Di li a pochi a pochi minuti abbiamo visto passare gli aerei su di noi e abbiamo visto sganciare due bombe proprio sulla nostra casa da li poco lontano. A casa era rimasta mia nonna che doveva preparare il mangiare. Noi abbiamo temuto per lei, e siamo corsi verso casa. Per fortuna lei si era già avviata verso di noi per portarci il pranzo e si era salvata. La casa era distrutta solo in parte. Ci si dette da fare e in poco tempo la si risistemò.

La sera poi, bombardarono il ponte, quella sera il Mulino prendeva fuoco, e sull'Arno faceva molta impressione. S'era anche bischeri! Ci bombardavano e si andava anche a vedere!

La notte dei partigiani

Una notte c'era una bellissima luna, verso mezzanotte si sentì bussare alla porta, s'aveva paura. Mio babbo scese facendo stare gli altri a letto. Cercavano di Gino per cui capì che chi era alla porta lo conosceva. Arrivato alla porta, sentì una voce... "
Sono il Bevilacqua, aprimi!"
Aprì ed erano in tre partigiani, tutti fradici. Grondavano perché per sfuggire ai soldati che li stavano braccando a San Clemente, avevano attraversato l'Arno arrivando a Riciofani.
Non si poteva accendere il camino perché altrimenti da Rignano li avrebbero visti, così accesero un fastellino per riscaldarli.
A questo punto mio babbo fece scendere le donne per trovare vestiti asciutti da dare ai partigiani. Si sotterrarono quelli bagnati per non correre pericoli che qualcuno non li avesse a riconoscere. Di vestiti ce ne erano pochi, ma era troppo importante aiutare questi uomini in fuga. Mia mamma rassicurò tutti che la provvidenza ci avrebbe aiutato e che la canapa cresceva bene e appena matura avrebbe tessuto altre stoffe con il telaio che si trovava al Cecchi.
Si dette poi un bel pezzo di pane, salame e un fiasco di vino e così andarono a mangiare nel campo.
Ne sono sicura perché la mattina dopo si ritrovò il cavalletto del grano disfatto e nel mezzo il fiasco vuoto.

L’alzabandiera

Passato la guerra subito si ricominciò a tornare a scuola, e l’estate mi piaceva andare all’alzabandiera.

Mi toccava a leticare per andare all’alzabandiera, perché a casa c’era da fare.

Camminavo lungo lungo il fosso di Riciofani e si arrivava proprio alla Castellina.

Li si giocava, e poi bisognava portare qualcosa da mangiare, un pezzo di pane, fagioli, quello che si aveva. C’erano le donne volontarie che cucinavano. Si giocava all’aperto e se qualche volta pioveva ci mettevano dentro le stanze al coperto.

All’alzabandiera veniva il prete, c’era già Bracciocorto (era simpaticamente soprannominato così il nostro caro Eligio Fabbrini), non ricordo se Don Ricci, era già morto o stava male. Don Ricci era stato un prete bravissimo e serissimo, lui stava spesso al Madonnino, pregava e incontrava lì la gente. Abituati a Don Ricci, l’arrivo di questo prete diciamo non tanto formale, ci faceva specie. Lui iniziò a confessarci mesi e mesi prima della prima comunione. Come se s’avesse chissà quanti peccati! Alla Castellina ci confessava dietro i cespugli! A ripensarci adesso mi prende il ridere!

Diciamo che gl’era moderno per quei tempi!

E così, dopo oltre 40 anni ho finito il compito, certa che questi racconti siano utili per tramandare la memoria, sicuramente di famiglia, e magari anche quella collettiva.



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