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lunedì 12 aprile 2021

STORIE DI ORDINARIA UMANITÀ — il Blog di Nicolò Stella

Nicolò Stella

Nato in Sicilia si è trasferito a Pontedera a 26 anni e ha diretto la Stazione Carabinieri per 27 anni. Per sei anni ha svolto la funzione di pubblico ministero d’udienza presso la sezione distaccata di Pontedera del Tribunale di Pisa. Ora fa il nonno e si dedica alla lettura dei libri che non ha avuto tempo di leggere in questi anni.

Una storia delicata. (Le mani in testa)

di Nicolò Stella - sabato 06 marzo 2021 ore 07:30

In molti mi hanno detto che sarebbe stata una storia difficile da raccontare, anzi una storia delicata. Questa è una storia degli anni ‘80, periodo di rapine ai ristoranti e alle banche, scippi a donne anziane e soprattutto l’apparire prepotente dell’eroina. Le rapine ai ristoranti ormai, rappresentavano un nuovo fenomeno da arginare con ripetuti servizi serali di attesa. Il fenomeno criminale era stato importato, una volta tanto, dal nord. Sino a quel momento era stato di competenza delle forze di polizia che si occupavano della mala del Brenta. Queste rapine avevano creato un clima quasi da coprifuoco. Al ristorante ormai, nei giorni feriali, si fermavano solo gli autotrasportatori, giovani amici in vena di fare festa, o gruppi di sportivi alla fine di una partita di calcio. I racconti degli avventori del locale assaltato erano di una imprecisione disarmante. Del resto la banda non appena all’interno sparava uno o due colpi al soffitto e quindi scattava il panico. Ci volle del tempo per capire e smantellare una banda di “Sinti” che venivano dalla zona del pistoiese con dei favoreggiatori nei campi Rom di Coltano.

Sono gli anni bui, gli anni ottanta di una Toscana che pensava a migliorare la propria condizioni di vita rischiando di lasciare indietro gli ultimi. Gli anni degli investimenti in borsa, gli anni in cui venivano a cercarti a casa proponendoti l’acquisto di denaro.

Da alcuni giorni, in una città di provincia, aveva preso servizio un giovane investigatore dell’Arma. Una serie fortunati di eventi aveva fatto sì che l’opinione pubblica stesse sopravalutando il valore della sua presenza in quel centro.

Una successione di circostanze favorevoli come due arresti consecutivi in flagranza di un giovane manovale con capacità “arrampicatorie” che puntava alla stanza dei corpi di reato della locale Pretura, dove erano, accatastate, le armi sequestrate; l’arresto occasionale di uno spacciatore con 100 gr. di hascisc, fatto in compagnia di un giornalista alle prime armi mentre s’incamminavano verso la Pretura dove li attendeva il Giudice.

L’arresto per tentato omicidio di un giovane ex parà, prima mandato in Libano nel corso della prima missione all’estero e, appena rientrato, congedato perché diventato inaffidabile a causa dei traumi subiti durante dei combattimenti.

L’arresto al Gate 5 dell’aeroporto di Pisa di un rapinatore solitario che, dopo aver rubato in una banca 12 milioni di lire, tentava di rientrare nella sua città senza aver fatto i conti con l’investigatore che, avendo visionato le sbiadite immagini della rapina, pur a corto di mezzi di locomozione, in treno raggiungeva la sala d’attesa per i passeggeri diretti a Palermo e rintracciava il rapinatore il quale indossava la stessa sciarpa. Addosso aveva l’intera somma rubata;

il sequestro di documentazione relativa a dei lavori pubblici in odore di corruzione presso l’Ufficio tecnico Comunale. Tutte queste serie di circostanze riportate dalla stampa locale, avevano fatto sì che venissero posti sulle sue spalle le speranze per una rafforzata sicurezza in città.

Sono gli anni ’80 e le morti per overdose si susseguivano con cadenza mensile. La prima linea era l’eroina, i ragazzi che ne facevano uso, consumavano le loro giornate nella strenua ricerca della dose. In quegli anni era più facile entrare in carcere da consumatore, piuttosto che da spacciatore.

In questo contesto di lavoro febbrile, il giovane investigatore solitario doveva gestire anche una serie di occupazioni di case popolari finite e non assegnate per un inspiegabile e incomprensibile ritardo di aggiudicazione, se si pensa che in quella città, ad ogni tornata elettorale, dopo che il partito di maggioranza aveva fatto incetta di voti, issava sulla torre civica la propria bandiera che sventolava per alcuni giorni fino a quando l’anziano maresciallo del paese, d’accordo con il Sindaco, che puntualmente fingeva di essere all’oscuro di tutto, non la faceva rimuovere. Poiché per salire in cima alla torre occorreva aprire la porta le cui chiave le deteneva il custode-manutentore, regolarmente questi era denunciato al Pretore. Una denuncia, con ipotesi di reato, ma senza alcuna sanzione.

In quelle case popolari si insediarono una serie di famiglie con numerosi disagi. I repentini cambiamenti di umore che si susseguivano e l’esasperato nervosismo causato anche per l’assunzione di stupefacenti, prevalevano sulla pacifica convivenza condominiale per cui gli interventi erano diventati di routine.

Fra le famiglie del condominio popolare vi era un piccolo nucleo: lui più giovane della compagna, lei con una figlia da una precedente relazione. Nel mezzo la bambina più piccola di appena due anni, figlia del compagno.

Osservando quelle piccole vite in mezzo a quel disagio collettivo, anche se si ipotizzava che non lo avvertissero per la tenera età, più di un operatore ne fu turbato. Quelle bambine a volte le avevano viste cenare con biscotti e nutella, e la mattina con succhi di frutta frettolosamente acquistati al bar.

I litigi in quella piccola famiglia erano all’ordine del giorno. La causa principale il bisogno dei giovani genitori di essere indipendenti l’uno dall’altro ed entrambi dai due figli.

Dopo l’entrata in scena di altri soggetti che volevano solo approfittare della situazione, la donna decideva di inseguire il suo improbabile sogno di felicità. L’ennesima discussione finì con una decisione drastica: lasciò il domicilio domestico, portando con sé la bambina grande e lasciando al padre la piccola.

Quando giunse la pattuglia, gli operatori trovarono la bambina che se ne stava seduta per terra, su un cuscino, e apparentemente, sembrava che ciò che succedeva attorno non le interessasse se non fosse stato per quel gesto da adulto, per quel tenersi la testa con le mani.

Questi episodi succedevano sempre il sabato sera, oppure la vigilia di Natale, o l’ultimo dell’anno, insomma quando gli uffici dei servizi sociali erano chiusi e di conseguenza non occorreva solo farne le veci, ma prendere anche delle decisioni estemporanee senza poterli consultare.

Era necessario collocare la bambina presso una idonea struttura, allora non facilmente reperibile, bisognava trovare una famiglia in grado di accoglierla, il padre non era in grado di tenerla, doveva lavorare e non aveva familiari che lo potevano sostituire.

- Potrebbe prendersi carico di una bambina, per alcuni giorni? - Chiese il giovane

investigatore dell’Arma.

- Come si chiama? -

- Samuela. -

- La porti pure. -

Il giorno successivo il padre, con la bambina in braccio, si recò all’appuntamento, la piccola in uno slancio naturale si stacco dal collo del babbo e si attaccò a quello della donna che la strinse a sé con amore, come era abituata a fare con tutti gli altri bambini che in qualche modo per molti anni erano stati “i sui figli”, da seguire ed educare anche se solo fino alle sedici del pomeriggio.

A volte al giovane investigatore capitava di giocare con i propri pensieri su cosa stesse facendo in quel momento, cosa le aveva riservato il destino, chi aveva incontrato sulla sua strada, quale scuola avesse frequentato. Ma poi la riflessione rientrava immediatamente: “bisognava lavorare su nuovi casi”.

Dopo trent’anni, l’investigatore che era stato trasferito in una città vicina, trovandosi nel solito bar, per il solito caffè al solito orario, una solitaria e silenziosa ragazza seduta al tavolo intenta a consumare la colazione. Appena uscito all’esterno, in attesa di alcuni amici che si erano attardati nell’esercizio, la ragazza lo seguì, e nel piazzale antistante, dopo averlo raggiunto, si avvicinò e le chiese:

- Lei è il maresciallo? -

- Si, mi dica. - Rispose l’investigatore.

- Io sono Samuela… -

Nicolò Stella

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