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martedì 04 ottobre 2022

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Insomnia

di Marco Celati - domenica 05 giugno 2022 ore 07:30

Brutta bestia l’insonnia notturna. Un’insonnia selettiva resistente alla melatonina: mi addormento subito dopo i pasti, subito davanti alla tivvù o non appena mi accingo alla lettura di un romanzo. Poi mi sveglio e non dormo più. Riprendo a mangiucchiare e sbevucchiare, non alcolici per fortuna, a seguire programmi televisivi: film per lo più, alcuni, molti, già visti, ma dimenticati. Riprendo a leggere il romanzo che mi ostino a finire, man mano che ne perdo il ricordo. La memoria e il suo smarrimento sono la cifra del vivere oggi. E la memoria è affidata ad una bustina giornaliera ed effervescente di magnesio e potassio, ma non migliora molto: resta quella che è. Scrivi, dico. Racconta, conserva qualcosa di te, di noi. Di ciò che è stato. Per un po’ l’ho fatto o l’ho ripreso a fare con una certa assiduità. Poi ho rallentato e infine rallentato molto. Una biografia familiare un po’ vera, un po’ inventata, dal 700 in poi, s’è persa nel presente. Ho quasi ucciso l’immaginario Commissario Favati, emigrato in pensione a Capo Verde, condannando la sua compagna, Pilar, ad un morbo incurabile. Ho messo fine ai faticosi “Pensieri della Domenica” di Libero Venturi. E di Marco Celati rimangono queste indolenti e insipienti “Raccolte & Paesaggi”. O escritor é um fingidor. E mi chiedo quale demone ho seguito.

Scrivere perché? Perché vivere? Dopo che si sono fatte le cose essenziali bisognerebbe scomparire. Non necessariamente morire, finché possibile, che viene paura e dolore. Ma andarsene in qualche posto dove nessuno ti conosce e sei solo te, non chi sei stato, cosa hai fatto: i meriti e le colpe. Sei quello che sei e finché sei. Ti alzi, leggi, esci per la spesa, fai ammodo con i soldi. Mangi qualcosa in casa, qualche volta fuori, sempre meno. Vedi la tivvù, a volte al cine, sempre meno. Saluti le persone che ti salutano. Cammini. E, se ce la fai, resisti in vita. Ti rassereni. Perdoni te stesso e ti assolvi, ma non del tutto, dell’aver vissuto. Un po’ di orrore di sé è bene che resti, Petrolini alias Gastone insegnano. Ma anche queste cose di Petrolini e prima il fingitore di Pessoa le ho dovute ricercare in rete, Wikipedia. E così non va bene, non è più vita vera. Sapere. La memoria serve o servirebbe più a noi che agli storici, accidenti a loro! A ricordarsi le cose mentre vengono da sole, quando scrivi o parli. Le cose fluiscono, affiorano e ti fanno sentire che le sai e chi sei. In sintonia, e fanculo il resto. Sopportare se’ stessi è una precondizione per il genere umano. Ho fondato e organizzato agorà con qualche giovanile presunzione e ora sono punito da una sindrome senile di agorafobia. Ben mi sta. Il mondo gira male e io male nel mondo. Ma chi non fa parte della comunità o è bestia o è dio. Senza offesa per le bestie o per dio.

Chissà se usare più l’io, il tu o il noi, nel corso della vita. Se ci assilla il dovere o ci tormenta il piacere e ci soddisfa. Quel che è stato o abbiamo voluto. Andare fin nell’ombra di un bosco o fermarsi in un prato nel chiaro scuro dell’erba e osservare il profilo sinuoso delle colline e le linee impervie dei monti. Oppure contemplare la calma umida di un lago o l’eterno movimento del mare. E le nuvole in formazione e gli uccelli nel cielo. Chiudere gli occhi e pensare, che meraviglia il creato! Anche se nessuno l’avesse creato e fosse venuto così per semplice effetto e combinazione di natura, nel corso lontano e lungo dei tempi. E semmai fossimo noi a rovinarlo, senza esserne meritevoli o responsabili.

A vivere bisognerebbe adattarsi e i non adatti ad abituarsi. Ma è difficile. Mi piacerebbe che fossimo tutti felici, che non ci fossero dolore e sofferenza. Mentre sempre più vicini giungono echi di guerra. Una potenza attacca un piccolo paese. Con quale diritto? Se mai ci fossero diritti nell’aggressione. Ai tempi dell’Unione Sovietica, della cagnolina Laika, dei Cosmonauti Gagarin e Valentina Tereškova, il Segretario Generale del PCUS e Primo Ministro dell’URSS, Krusciov, assegnò la Crimea all’Ucraina che Stalin aveva affamato. Lo fece nel 1954. Lui praticamente era un ucraino. Denunciò la politica stalinista, approvò l’innalzamento del muro di Berlino, invase l’Ungheria, fu parte in causa della crisi dei missili di Cuba, sbatté la scarpa in una seduta dell’Onu e non aveva nemmeno ragione, inaugurò la coesistenza pacifica con l’Occidente, sua figlia Rada e il genero incontrarono Papa Giovanni XXIII. Poi fu dimissionato. Dopo più di sessant’anni la Russia si riprende l’Ucraina con interessi e territori annessi. Il Donbass. Che coglionata la guerra! Che cosa orribile. E noi, gli europei, che non sappiamo distinguere, così fragili e divisi. Inermi. Ogni nazione è un limite. Ha una sua storia. E la storia non è maestra di vita. Da lei s’impara un bel niente. Il passato e il presente dell’Ungheria, per esempio, i loro rapporti con la Russia ne sono la dimostrazione più evidente. Mentre le associazioni dei partigiani italiani propongono per l’oggi resistenze gandhiane. Non mi fate spiegare, vi prego, non credo ce ne sia bisogno. E, in fondo, spero di sbagliarmi. Sono stato comunista. Se lascio parlare il cuore e non la testa ho nostalgia per il rosso sventolare delle bandiere di sinistra. E quel che significavano per i liberi e gli eguali. Quel che speravamo. Oh sfortunata generazione! Nessun rimpianto invece, mai avuto, per l’Unione Sovietica, il Patto di Varsavia, la guerra fredda. Con la democrazia tutta la vita, perché la peggiore delle democrazie è meglio della migliore delle dittature. E i “dittatori democratici” lasciamoli alla storia. Ricordo il funerale di Berlinguer, di esserci stato e quel senso di commozione corale che ci prendeva. Poi il presente si è allungato molto, a volte smarrendosi il futuro. D’altra parte l’orizzonte è irraggiungibile: è il cammino che si perde o che si fa.

Penso ai miei cari. Alle persone che ho amato e mi hanno amato. Sento la loro presenza e la loro assenza. So che sono inaridito, che ho perso il dono di farti ridere e di non esservi d’aiuto e, più di tutto, mi dispiace. Così è la vita che ti esalta, poi ti piega. E ciò che ne resta. I figli bambini che mi correvano incontro e ora seguono le loro strade e sono più grandi di noi. E i nipotini. Uno che dice bella la tua casa, voglio stare con te e mi intenerisce: la casa è una stanza quattro metri per sei, ingombra solo di libri dimenticati. L’altro che ha lacrime per le vite di tutti, ma non per la sua, dice, e ci commuove. Quest’innocenza perdiamo crescendo e nei momenti migliori cerchiamo di ritrovare. Vorrei chiudere gli occhi e restare così, nella notte che entra dalla finestra e raffresca le cose e la mente e si sente solo qualche rumore, un fruscio, forse un rapace notturno. E, se guardo, si vede di tre quarti una piazza, ferma sotto il chiarore dei lampioni che sembra un quadro. Ecco, in questa metafisica mi perdo e mi chiedo chi siamo, qual è il significato, se c’è, se vale. Se mi conosco. Se sono ed esisto.

Marco Celati

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