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Domenica 01 Marzo 2026

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

La strada

di Marco Celati - Domenica 01 Marzo 2026 ore 08:00

Le piazze si attraversano sempre. Chissà perché. Forse sarà il nostro modo di mettere loro fretta, trasferendovi la nostra. Io preferisco girarci intorno. Cercare una panchina, sedermi e restare a osservare. In fondo è il mio modo di restare da qualche parte. Questa piazza mi piace. È un po’ fuori dal centro. Ci sono case con i panni appesi e le persiane verdi di legno come andavano un tempo. Alcune facciate sono stinte e scrostate. La gente è discreta e si capisce che ci troviamo in un quartiere popolare. A volte c’è un mercato di frutta, verdura e formaggi. Roba buona e a buon prezzo, ma sempre troppo cara per me, che chiedo gli avanzi del giorno. Ci sono delle opere d’arte di metallo, color ruggine, non so che significano, ma sono gradevoli a vedersi. In fondo alla piazza, a chiusura, c’è la sede della Polizia, gli sbirri che ti chiedono di "favorire" i documenti. Favorisca, prego, sembra la Gradisca di "Amarcord". Però danno sicurezza. E comunque, diceva mio padre, vecchio sessantottino: male non fare, paura non avere. Dalla parte opposta, sul lato della strada, c’è un antico fontanile in pietra a forma di obelisco e accanto un nuovo Fontanello dove tutti vanno a prendere l’acqua e si può bere. A volte mi ci riparo, mi siedo in terra e rimango così: senza niente da dire, senza niente da fare, a guardare che spiove. Sul retro qualcuno ha scritto No, non mi lasciare”. L’amore fa questo effetto alle persone.

Le panchine sono quelle ondulate, fatte di listelli di legno consumato e scuro. Sono comode, si può stare seduti senza sentire dolore alla schiena, noi che soffriamo il mal di vita. E se non ci sono persone accanto e quasi sempre non ce ne sono -perché le persone si scansano tra loro e da me- allora si possono stendere le gambe e riposare sdraiati, appoggiando la testa allo zaino. A volte dormire. Nei pomeriggi oziosi d’estate, che l’asfalto è rovente o nelle primavere, quando agli alberi della piazza tornano le foglie e un vento le muove. E poi nella stagione che le foglie ingialliscono, prendono il colore rugginoso del ferro, cadono e viene tristezza. D’inverno invece bisogna indossare due o tre maglie, i guanti di lana e il giaccone pesante con il cappuccio che m’hanno dato alla Mensa. E serve anche un telo impermeabile per ripararsi dalla pioggia, fino a quando si può. Sennò ci vogliono i portici delle Chiese o del Duomo, finché i fedeli e il prete ci sopportano. A volte mi sembra che molti cattolici amino Dio e odino tutti gli altri. E figuriamoci tutti gli altri. E ci vuole un posto dove lasciare i cartoni per sedersi, sdraiarsi o coprirsi, per il buio ed il freddo. Ho dormito ovunque, nelle case abbandonate, in una tenda sotto gli alberi o sulla spiaggia che rimane a Marina, nella bella stagione. Perfino nella casetta dei bambini di un parco di città. Sono sicuro di russare, perfino di sognare. Ma l’inverno è brutto e nemico dei viandanti.

In genere non torno. I cavalli che tornano non si puntano mai, diceva un’amica, e non ho mai capito che volesse dire, ma forse è a me che si riferiva. Però il cuore ha preso a battermi male e così sono tornato sui miei passi. Come un presentimento. Sto seduto sulla piazza da un po’, mi stringo nel giaccone con il berretto di lana e il cappuccio tirato sulla testa e canticchio: “C’est la vie”. Ci ameremo, “on va s’aimer”, dice la canzone. “On va danser”, balleremo, e magari dal freddo. E ripenso a quella scritta No, non mi lasciare”. Ricordo ancora i volti dei figli e della moglie. Su, al nord, un secolo fa, avevo famiglia, casa e lavoro. Una grande azienda. Un giorno il “responsabile delle risorse umane” mi parlò del rendimento, la produttività, gli esuberi, la crisi del settore e di altre cose che smisi di ascoltare. La vita è un parlar d’altro, è ciò che accade mentre stai facendo altro. Mi offrirono una cifra per lasciare e lasciai. Per qualche giorno continuai a fare la solita vita: mi alzavo presto, come per andare al lavoro, giravo per la città, grande come l’azienda, tra la folla che ti scorre accanto. Che avrei dovuto spiegare a mia moglie e ai figli? La produzione, gli esuberi, la crisi? Perché? Non era solo vergogna, semmai dispiacere. Era che non mi faceva più voglia di niente, anche prima della crisi del mondo e delle cose.

Il conto corrente aveva firme disgiunte, quel poco era lì, ce l’avrebbero fatta per le spese ed il mutuo. I ragazzi studiavano, la moglie un lavoro l’aveva. Era meglio girare tra la gente, fermarsi in piazza, guardare i piccioni e gli storni levarsi in volo, seguendo le loro misteriose evoluzioni nei tramonti d’autunno. Non importava la sera rincasare e soffrirsi rinchiusi tra le mura ed un tetto. E infatti non rincasai più. Mi vennero a cercare, mi riportarono a casa, ma me ne andai di nuovo e lasciai scritto che non ero granché, di non preoccuparsi e vivere da soli. Lasciai scritto "Preferisco così" e una poesia che avevo raccolto per terra: Loro hanno le navi, noi abbiamo le onde./ Loro hanno le parole, noi abbiamo il fango./ Loro possiedono muri e balconi,/ noi possediamo le corde e i pugnali./ E ora, amore mio, vieni, dormiamo per strada”.La lasciai sul tavolo una mattina presto perché pensassero a un gesto di rivolta o a un nuovo amore disperato. E rinunciassero a cercarmi. Ma non era niente di tutto ciò. Solo voglia di andare, di non tornare, di perdersi. Però la poesia era forte, più della frase No, non mi lasciare”. Si va dove ci porta camminare e dipende da che parte della strada ci troviamo e se una strada c’è. "Preferisco così". Che è il mio modo per dire "Preferisco di no".

Un anno che dormivo, avvolto nei miei cartoni, sotto il colonnato del Duomo, il Parroco e il Comune, in vista dell’inverno, mi vennero in soccorso. Così dissero. L’assistente sociale mi prese tutti i riferimenti e mi inserì tra gli ospiti della RSA per autosufficienti. Per quelli come me. Così disse. Ero alloggiato, lavato, mangiato e dormito. Mi dettero perfino vestiti nuovi, quelli usati della Caritas. Carità a volte ne chiedevo, ma mi vergognavo, non faceva per me. Preferivo i buoni che mi davano al Centro di Solidarietà. La solidarietà non sarebbe solo per i poveri. Ero secco ricucito che sembravo un merlo sulla brinata. Misi su qualche chilo. Sbarbato e ripulito, non sembravo più nemmeno io, a guardarmi allo specchio e ripresi anche un po’ del mio fascino irresistibile. A quel tempo stavo con una ragazza magra e allampanata che avevo conosciuto. Aveva qualche dipendenza, ma era bella e doveva esserlo stata ancora di più, anni addietro. Quando ero giovane, diceva: a me, che ero già vecchio. A quei tempi cercavo di non bere, ma a volte bevevo, un vino, anche due, una birretta, anche più. Così divenni alcolista, ma la mia ubriachezza non era grave e molesta, quando ero ubriaco lo ero di tristezza. Io, lievemente alcolista e triste, lei, un po’ tossica e euforica, insieme ci compensavamo. Facevamo una bella coppia. Ben assortita. Fino a quando ci perdemmo di vista, non ricordo perché. Forse non c’era un perché. Ognuno riprese la sua strada e la sua vita.

Resistetti un mese nella RSA, che di preciso non so neanche più cosa vuol dire. Poi una sera provai di nuovo la sofferenza del tetto e delle mura e la mattina sentii ancora il richiamo che mi portavo dietro. Sono un ragazzo di strada” era una canzone che mio padre da giovane cantava. Una canzone del suo tempo. Era dei Corvi, diceva, e non so se era un doppio senso. Misi tutto nello zaino e all’alba me ne andai. Le albe sono meglio per partire, i tramonti per arrivare. E poi ripartire l’alba dopo. Migrai al sud, scesi. Un po’ di sole e di luce. E il mare. Più grande dei laghi della Lunigiana, più caldo.

A volte uno sguardo mi ricordava qualcosa. Oppure mi bastavano l’onda di una riva, un paese di sassi e mattoni, l’ombra di un albero sotto il sole, il muro di un orto. Allora ripensavo a quel detto scontato che per un’ora, un minuto, un secondo al giorno, anche un orologio fermo segna il tempo giusto. Così andava la vita: l’orologio rotto di un tempo guasto che solo per un attimo ti sembra di cogliere e poi tutto sfugge di nuovo. Tutto. E niente si comprende, niente. E forse nemmeno si spiega.

Fa un freddo becco. I nuvoli promettono pioggia e niente di buono. Sulla piazza ora ci sono ragazzi di colore, quelli che quando si incontrano ci mettono mezz’ora a salutarsi. Non come noi, che ci salutiamo in fretta e di sbieco. Sono tornato, il Fontanello è sempre al suo posto e la scritta No, non mi lasciare” nessuno l’ha cancellata. Resiste, è un avviso agli amanti. Penso all’amore e al disamore. Penso al bene e al male. E il male è forse questo: mancanza di disciplina. Io sono indisciplinato”, da bambino la maestra delle elementari, me lo fece scrivere alla lavagna, davanti alla classe. Avevamo appena imparato a leggere e scrivere. Pensavo fosse una nota di merito e, tornato a casa, lo dissi fiero a mia madre che mi sgridò. Ma era vero, io sono indisciplinato, non ho la disciplina di vivere. Non l’ho mai avuta. Oppure l’ho persa e sono sopraffatto dalla vita.

Viene sera ed il buio. Ho il cartoccio con le porzioni per la cena che ci danno alla Mensa dove vado a mangiare, a mezzogiorno. Ci sono stranieri, ma metà siamo italiani. Alla fine disagio e povertà si ricompongono. La Mensa è della Misericordia. E in fondo di misericordia tutti avremmo bisogno a questo mondo. Credenti in un Dio oppure no. Potrebbe andare peggio. E infatti comincia a piovere. Sono stanco per cercare riparo. Lontano. Il cuore arranca e toglie il respiro. Si gela. Mi sdraio sulla panchina, mi rinserro, raccolto su un fianco, nei panni e nel giaccone, tiro fuori dallo zaino l’incerato e me lo stendo sopra, a mo’ di coperta. La piazza è lucida di pioggia. Le gocce d’acqua picchiettano sul telo con un effetto soporifero e stordente. L’ultima cosa che vedo è una persona che passa, intabarrata, forse rincasa, ha un ombrello, rasenta la panchina, esita, non chiede niente, e io niente chiedevo. Prosegue. Gli occhi si chiudono. La pioggia continua a cadere.

Marco Celati

Pontedera, Febbraio 2026

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"Sono un ragazzo di strada", I Corvi, 1966

https://youtu.be/5pwMPiSX6uA?si=jl_vJEX-h3D6Cb2T

"Preferisco così", Gianmaria Testa, 2003

https://youtu.be/hov05qxG_q0?si=GFOaqT81rKBdwdN-

"C’est la vie", Khaled, 2012

https://youtu.be/5dWeeUIZFgA?si=DzTHV3tS6P0hh02y

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati